Testimoniare il proprio desiderio

Testimoniare il proprio desiderio 

di Giuseppe Esposito                                         

                                                                                  

“Rischia di rendere testimonianza di ciò che sei e di ciò che sai”. Questa frase, detta da Paolo Menghi durante un incontro avuto con lui, mi prese e mi rapì. Sentii un’immediata appartenenza a quelle parole perché colsi in esse il significato di una eredità da raccogliere nella parola di un padre, di una giusta eredità trasmessa. Furono parole che si incisero dentro di me come un Segno, un Segno che in qualche modo avrebbe orientato la mia vita.   

L’INCONTRO È SEGNO

Gli incontri che abbiamo fatto nel corso della nostra vita contribuiscono a dare una forma al nostro essere e ne portiamo dentro di noi gli effetti. Il filosofo francese J. P. Sartre affermò che l’essere umano è fatto dagli altri, che l’essere umano è in qualche modo l’effetto di ciò che l’Altro ha fatto o voluto fare di lui, basti solo pensare all’influenza che ha sulla formazione del soggetto umano il grande Altro del linguaggio e della Cultura. Sartre si spinse a dire che il vincolo con gli altri è così forte al punto che questi rappresentano, per noi, una sorta di prigione a cui siamo vincolati. Ed è ancora lo psicanalista francese J. Lacan, in assonanza con la matrice filosofica Esistenzialista e con lo Strutturalismo francese della metà del novecento, ad asserire che il soggetto si forma nel campo dell’Altro, che il fondamento di un soggetto umano dipende da quello che avviene nell’Altro e che il soggetto senza l’Altro non è niente e non ha modo di strutturarsi. Il soggetto senza l’Altro non c’è, non può esistere, non è nulla. Il soggetto umano è sempre soggetto eterodeterminato, possiamo esistere e costituirci solo attraverso e in virtù di una relazione e questo fa di noi degli esseri a struttura relazionale. Il soggetto non è un’entità che si auto-fonda, la nostra unicità si costituisce ed ha modo di compiersi sempre attraverso le influenze che hanno su di noi i continui incontri che facciamo e che ci mettono di fronte alle differenze di un’alterità e alle sue implicazioni. E’ ancora J.P. Sartre a considerare quanto l’Altro sia indispensabile alla nostra esistenza così come lo è per la conoscenza che abbiamo di noi stessi ed è per questo che l’esperienza dell’Incontro ha sempre l’effetto di formare, modificare e alterare la struttura stessa del soggetto. Noi esseri umani, però, oltre ad essere l’effetto degli incontri con un Altro che in diverse forme abbiamo incontrato nel nostro passato, continuiamo a modificarci ed a riscriverci attraverso i continui atti che agiamo nella continuità del presente, atti che hanno un effetto d’incisione nella struttura del nostro essere al punto da trasformare e rifondare, in continuità e permanenza, la nostra soggettività che si ridefinisce, continuamente, attraverso un continuum di articolazioni, di trasformazioni, di riordinazioni e di risignificazioni di un passato che, anche se è il passato di un tempo che non c’è più, continua però in qualche modo ad essere sempre un tempo attivo perché continua, in parte, ad avere una qualche influenza su di noi e, sempre in parte, un effetto di orientamento sulla progettualità del nostro essere nel mondo. E’ in virtù di questo continuo in-divenire che il soggetto si definisce come un’entità dinamica, un’entità in continuo movimento e trasformazione fino a compiersi ed a rappresentarsi, nel tempo di una vita, come opera. Arriva così a realizzarsi ed a sublimarsi nelle forme di un’opera d’arte come ci dice, in una sintesi dai toni poetici, il filosofo tedesco M. Heidegger. Ogni vero incontro lascia un Segno. Il poeta tedesco Friedrich Holderlin in Mnemosyne, ne Le liriche, definisce l’uomo come un Segno, un Segno che lascia un’impronta nell’altro. Quello con Paolo Menghi è stato un incontro, “une tuchê” che ha lasciato in me un Segno ed una traccia dal carattere indelebile e che ha contribuito a dare una certa direzione alla mia formazione umana e professionale. Nella mia carne si è inciso il Segno di quell’incontro come un nodo ed un intreccio, fatto di presenza e segno, facendo sì che io rimanessi sempre in contatto e con una riflessione aperta sia con il mio mondo personale che con quello dell’Altro. Se dovessi definire la natura del Segno che quell’incontro ha lasciato direi che è stato lo Stile dell’uomo, cioè quel modo singolare che Menghi ha avuto di essere e di stare in rapporto agli esseri umani, di essere in rapporto alla conoscenza, il suo modo personale di essere in rapporto al sapere, il suo modo di trasmettere il senso dell’amore per la vita umana inteso ed agito come pura responsabilità per l’evoluzione umana. P. Menghi, con il suo stile (J. Lacan diceva che l’uomo è Stile) e con una vita di testimonianza, si è speso con coraggio, responsabilità, solitudine e creatività per l’evoluzione della persona e del sapere ed è questa, a mio avviso, l’eredità più significativa che ha lasciato, oltre alla dottrina, alla Normodinamica ed al suo intero insegnamento. Per anni ho pensato di scrivere di lui, ma la penna mostrava tutte le sue incertezze ed ora, in questo tempo, quelle incertezze sono meno prevalenti e possono fare posto ad un atto di libera riconoscenza, ad un atto che vuole manifestarsi attraverso l’azione della parola. Una parola da non fraintendere come un esercizio “retorico dell’elogio” ma che intende invece essere ed inscriversi come solo e semplice atto di riconoscenza e di restituzione di chi si sente in debito. E’ è quindi una parola da connotare come valore di restituzione, riconoscenza e di dono di un’esposizione personale. L’unico modo per parlare su cosa ha significato per me questo incontro, quello che in realtà mi sembra più vero, attinge dal mio vissuto, pesca nella mia esperienza e trae visione da quello che i miei occhi hanno visto e sono stati in grado di vedere. E’ quindi un atto di parola che vuole rimanere nella cornice di una personale testimonianza e interpretazione di quanto attraversato e vissuto, senza la pretesa di dare spiegazioni o interpretazioni esaustive, pretenziosamente comprensive, dell’insegnamento di Menghi anche perché egli era e rimane un uomo ed un pensatore complesso e semplice nello stesso tempo, e quello che ha detto, scritto e fatto, per buona parte, è ancora materia inesauribile di studio che sosterà a lungo e con fertilità nelle coscienze di molti. In realtà il dialogo con lui, in questi anni, non si è mai interrotto ed ha assunto diverse forme attraverso le quali ho provato, personalmente, a tenere aperte alcune domande. Tutto ciò che dirò, quindi, attinge dalla mia esperienza e dal mio sguardo che risentono, inevitabilmente, di tutto quello che ho attraversato in questi anni e che ancora attraverso.

L’INSEGNAMENTO COME UN CORPO VIVO

La natura dell’insegnamento di Menghi è quella di un corpo vivo, pulsante e generativo di innovazioni ed è, per questo motivo, un insegnamento anche connesso, necessariamente e per sua natura, ad altri insegnamenti. E’ proprio in virtù di questa sua natura viva che non può essere collocato in una sola cornice paradigmatica perché è un insegnamento contaminato, contaminante e intersecante, che attraversa epistemicamente altri sistemi di pensiero e di conoscenza sull’uomo. Mi interessa qui evidenziarne alcune fertili connessioni e contaminazioni con altri sistemi e visioni dell’uomo inteso in quanto entità psicofisica-relazionale-sistemica e in quanto soggetto dell’inconscio. Connessioni che ne arricchiscono, a mio avviso, ancor di più la sintesi, la preziosità e la potenza dell’insegnamento. In questo scritto verranno prese in considerazione e verranno privilegiate alcune connessioni con aspetti e principi della Psicoanalisi, in particolare all’insegnamento di S. Freud e dello Psicoanalista Francese J. Lacan, quali il soggetto dell’inconscio, il transfert, il soggetto del desiderio, il soggetto e la sua mancanza ad essere, oltre ai principi dell’ottica sistemico-relazionale, ambito teorico da cui Menghi proveniva. Quello che ho potuto vivere, nei diversi contesti terapeutici, formativi ed esperienziali frequentati nei quattordici anni in cui sono stato in rapporto con lui è stato il vedere in lui, e attraverso di lui, una grande forza di desiderio. Menghi disponeva di una forza personale di desiderio in grado di mettere in movimento le persone, una forza in grado di mettere in moto i soggetti fino al punto che alcuni dei suoi studenti e allievi si sono motivati alla costruzione, nel tempo, di scuole, centri, studi ed associazioni, alcune tuttora esistenti, ispirate proprio al suo insegnamento. Ed è in virtù di questo dato che può essere tratto un primo principio incarnato, mostrato e soprattutto testimoniato da Menghi quale elemento imprescindibile da cui partire: quello di essere stato un uomo in grado di mettere in movimento il soggetto. Un principio che può essere definito necessariamente alla base di quelle professioni che si occupano di cura ma anche di educativo, come uno Psicanalista, uno Psicoterapeuta o un Insegnante. Quindi, la necessità di saper far emergere quella competenza umana in grado di mobilitare e mettere in moto il soggetto, come precisa bene anche lo psicanalista J. Lacan il quale, a proposito degli effetti della cura di una psicoanalisi, chiarisce come lo scopo ultimo di un percorso analitico sia quello di rendere possibile il ricominciare, rendere possibile una ripartenza del soggetto. Ciò che rende tale uno psicanalista (e quindi lo scopo di una psicanalisi) è l’essere in grado, è l’essere corresponsabile del riuscire a generare, nella vita di un soggetto, un cambiamento reale e di rotta, un cambiamento che possa consentirgli di fare un viraggio nella propria vita, che possa permettergli di ricominciare di nuovo (come una rinascita), di ricominciare più libero e meno imbrigliato dalle sue coazioni ripetitive e nelle sue identificazioni immaginarie per poter quindi procedere, più libero, nel proprio processo di soggettivazione. Vale a dire che un terapeuta o un analista deve saper essere causa affinché, nel paziente o analizzante, possa generarsi e rendersi possibile, oltre che la speranza, la capacità di potersi muovere e spostare da una posizione esistenziale vissuta come bloccata e limitante. Riportando tale principio alle figure dello psicoterapeuta o di un insegnante possiamo dire che essi devono potere e saper sviluppare la competenza e la consapevolezza di saper essere una forza che sia causativa di una ripartenza del soggetto, il che può derivare solo dall’esser stati a propria volta soggetti che sono ripartiti, che si sono messi in movimento e in cammino avendo toccato, con il proprio dolore, la propria sofferenza e con la propria insufficienza, la ristrettezza e l’inconsapevolezza in cui volgeva la propria vita. Quindi una competenza che può generarsi, derivare ed essere misurata in rapporto alla propria esperienza personale e di attraversamento. Intorno alla parola di Menghi, dalla metà degli anni ottanta fino al 1998 (anno della sua morte), si sono radunate molte persone perché la sua parola generava un effetto di trasporto, un effetto di traslazione, quello che Freud definì con la parola Ubertragung Transfert, parlando a proposito di quel particolare rapporto, o relazione, che deve necessariamente potersi instaurare tra paziente o analizzante ed analista. Il transfert è un tipo di rapporto che deve, per necessità, caratterizzarsi come terreno di causazione di una messa in movimento del soggetto e che sia per questo motivo generativo, per il soggetto stesso, di cura e di cambiamento. Il transfert fa del trasporto e della mobilitazione dei soggetti una sua peculiare connotazione, è rappresentato da un movimento che necessita di una necessaria e minima fiducia verso l’altro e che un paziente deve necessariamente poter sviluppare ed avere verso un terapeuta o un analista (ma questo concetto può valere anche per uno studente impegnato in un processo di apprendimento con un insegnante), in quanto vede collocato nell’altro, nel luogo dell’altro, un sapere ed una conoscenza che riguarda una verità sul suo essere e deve quindi poter supporre che l’altro (l’analista o il terapeuta) sia in qualche modo il possessore di una verità che lo riguarda ma che, soprattutto, attraverso l’altro egli possa accedervi. E’ proprio quel supposto sapere, quel soggetto supposto sapere nel luogo dell’altro (come sintetizza Lacan) che causa un effetto di transfert e quindi un movimento del paziente verso l’analista o il terapeuta. E’ un tipo di movimento che in qualche modo ricalca e caratterizza anche il rapporto d’amore: l’altro mi attira, e quindi mi muovo verso di lui perché vedo collocato in lui un qualcosa di me che mi riguarda. L’Altro mi attrae, mi aspira, mi ispira, mi trasporta, mi conduce, mi avvicina alla ricerca di un qualcosa che ha a che fare con una verità su di me, mi aggancia ad una verità che mi riguarda e che io sento e vedo collocata in lui. Ma un analista o un terapeuta, se adeguatamente formato, sa e deve essere consapevole che non possiede alcuna verità sull’altro ma che può essere però un veicolo e un transito (in questo senso trasporto) affinché un paziente possa muoversi e direzionarsi verso la ricerca di una verità su di sé. Il terapeuta ed il paziente (ma questo vale anche per rapporti quali studente-insegnante o maestro-allievo), attraverso il transfert, devono sapere e poter rendere possibile, specifica ed efficace una relazione che si possa qualificare come relazione analitica e terapeutica, evolutiva o educativa. Vale a dire che, secondo la psicoanalisi, attraverso il transfert deve potersi generare un effetto di analisi, un effetto di cura e di cambiamento e quindi una ripartenza evolutiva del soggetto. Paolo Menghi era uomo di Transfert, era un uomo, un terapeuta, un insegnante e un maestro che generava un forte transfert su di sé. Ma perché si può generare transfert? Perché una parola può generare trasporto? Perché la parola di Menghi generava un trasporto e perché generava transfert? Perché la sua parola rendeva possibile un passaggio ed era causativa e generativa di un movimento nella persona? Di cosa era fatta quella parola? E come quella parola agiva in me? Perché provocava il mio interesse e appassionava me come molti altri? Proviamo a dare una risposta a queste domande. Quella di Menghi era una parola di qualità, era una parola che aveva un peso, era una parola che era un tutt’uno con il suo corpo, aveva le caratteristiche di una parola piena perché raggiungeva un’area del vero, raggiungeva un’area di verità nella persona. Era una parola che mordeva la carne del soggetto, mordeva il corpo e quindi aveva l’effetto di essere causativa e generativa di un movimento nella persona. La parola di Menghi parlava alle nostre urgenze. Come uno starter, aveva l’effetto di mettere in moto il soggetto. La parola, insieme alla voce, formavano e diventavano, in Menghi, un solo corpo. Chi ha avuto e fatto l’esperienza di avere un maestro, un analista, un terapeuta, un insegnante che abbia avuto un peso per la propria evoluzione, sa bene che quello che non dimenticherà mai di loro è proprio la loro voce, perché è una voce che si è fatta ed ha le sembianze e la consistenza di un corpo. Di fronte alla parola di Menghi si aveva la sensazione di trovarsi di fronte ad un corpo, ad una parola che si fa materia, ad una parola fatta di una materia solida. E la solidità di un corpo genera, come sappiamo, un altro tipo d’impatto nell’incontro con un essere umano rispetto all’etereo dire e ad un vuoto parlare. L’esperienza d’incontro con la parola di Menghi era e diventava un’esperienza fisica e non solo esperienza intellettiva. Rispetto al corpo noi sappiamo, e Freud e la Psicoanalisi ce lo hanno evidenziato, che ciò che si fa corpo è carne ed è quindi materia viva, una materia biologica composta e connotata da energia libidica. Come ci insegnano Platone prima per un verso e Freud dopo per un altro, l’energia libidica è piacere, è soddisfazione, è Eros. Eros muove la materia biologica e quindi l’essere umano. Il piacere è ciò che fa vibrare e pulsare il corpo umano e rappresenta la base, l’elemento necessario e indispensabile affinché possa rendersi possibile la trasmissione di un sapere da un corpo all’altro, da un soggetto all’altro. Per la realizzazione di un vero sapere deve generarsi un reale piacere erotico nella ricerca del sapere. Voglio sapere di me perché un sapere su di me, prima di tutto, provoca anche e soprattutto un piacere in me. Senza il piacere erotico di voler sapere non c’è possibilità di generare alcun avvicinamento al sapere e alla conoscenza e quindi anche ad un sapere su di me. Il sapere e la ricerca di sapere sono in un vincolo strutturale con il piacere, con il piacere erotico. Senza il piacere per la ricerca del sapere non può generarsi conoscenza. Per trasmissione di sapere non si intende, qui, la trasmissione di un sapere asettico, scolastico e standardizzato come quello di un certo sapere Universitario o di una certa scolastica, ma ci si riferisce a quel sapere che ha la stessa consistenza e sostanza dell’intero corpo, ad un sapere fatto dell’esperienza che si incide nella carne del soggetto. Si tratta di un sapere incarnato che pulsa di vita, fatto di una forma e di una sostanza vivente. Non è il sapere morto di una certa ripetizione accademica ma è un sapere che porta in sé l’esperienza viva, una forza ed una capacità in grado di smuovere e mettere in moto il soggetto, che ha il potere di stanare il soggetto dal suo torpore, dal suo stato di dormiveglia fatto di una realtà immaginaria, di consuetudini, di abitudini e di una coazione ripetitiva. Spesso mi sono chiesto come ho fatto ad affrontare, per tanti anni e con costanza nel tempo, continui viaggi per poter incontrare ed intercettare la parola di Menghi. Quei chilometri e chilometri di oggi, allora mi sembravano pochi metri, era come passare da un marciapiede all’altro. Quando c’è un vero incontro, i parametri e le percezioni delle dimensioni spazio-temporali cambiano e si alterano, assumono forme diverse per la coscienza, si caratterizzano in vissuti che assumono significati nuovi, relativi e più tollerabili, dove un metro può essere vissuto come se fosse un centimetro ed è esattamente quello che accadeva a me. Quello che mi muoveva era il piacere di avvicinarmi ad un sapere e alla conoscenza di me ma soprattutto sentivo che lì, dove c’era Menghi, c’era un desiderante del sapere. Quello che mi muoveva non era tanto la richiesta di un travaso di conoscenza (anche se per un certo tempo ho creduto anche a questa illusione) ma era il modo, lo Stile che Menghi aveva di avvicinarsi, di cercare e di desiderare il sapere. Dove c’era Menghi c’era metodo, c’era desiderio, c’era desiderio di sapere, c’era desiderio di conoscenza.


INTERROGARE IL SOGGETTO DELL’INCONSCIO

P. Menghi era un uomo stimato e benvoluto e non solo in apparenza, ma era anche un uomo non ben accetto, credo, e anche invidiato da alcuni suoi colleghi per questa sua capacità di muovere e smuovere le persone, di far viaggiare e mettere in movimento ed in cammino le persone. Credo che, in realtà, egli venisse attaccato anche per le sue capacità, singolari, di attivare e mettere in movimento il desiderio inconscio del soggetto (per desiderio inconscio qui si fa riferimento al desiderio così come inteso in Psicoanalisi, prima da Freud e poi da Lacan, e cioè come quella forza inconscia che spinge e che tende ad emergere al di là dell’Io, che va oltre i poteri dell’Io e non va qui inteso o frainteso con il capriccio, come elemento della motivazione o dell’intenzione che sono ad appannaggio della coscienza). E rispetto a Menghi mi riferisco a quelle capacità pragmatiche, terapeutiche, empatiche, relazionali, di visione e di sintesi di riuscire a mettere, in maniera diretta e con velocità, il soggetto in contatto con il suo desiderio più inconfessabile, quello più intimo e singolare, e non solo con quello fatto dalla generica richiesta di un Io cosciente che fa richiesta di un “volere stare meglio e di avere una vita più equilibrata e integrata”, la qual cosa rappresenta invece, in qualche modo, l’attenzione prevalente di un certo mondo anche psicoanalitico, psicologico, psicoterapeutico ed educativo che tende a privilegiare una risposta orientata maggiormente ad una “normalizzazione del soggetto”, tendente a rendere il soggetto più integrato, più efficiente e adattato e quindi più in linea con i dispositivi ed i principi della Biopolitica (espressione e organizzazione di un potere padronale e capitalistico) così come intesa da M. Foucault. A mio avviso Menghi si distingueva ed era lontano da questo modo di intendere le cose, la cura e dalla concezione stessa di cosa significasse essere terapeuti o essere pazienti. Credo che Menghi fosse guidato da un’altra Etica e che non si occupasse solo, anche se per alcuni poteva apparire questo, di una domanda relativa al soggetto cosciente, cioè di quella domanda fatta di “un voler essere migliore e di un volere stare meglio“. Ritengo invece che il suo agire e la sua attenzione fossero rivolti, oltre che alla domanda relativa alla sfera di coscienza, anche e soprattutto, nel contempo, là dove il soggetto non pensa coscientemente e quindi al soggetto dell’inconscio, vale a dire al luogo in cui alberga e si genera il desiderio inconscio del soggetto. L’etica che emerge dall’insegnamento di Menghi, a mio parere, è un’etica volta a stanare e far emergere il desiderio inconscio del soggetto, è un invito al soggetto a tener conto del proprio desiderio, un invito a vivere alla sua insegna, è un invito a non tradirlo. Questo era evidente con chiunque fosse la persona che aveva di fronte, al di là delle differenze e delle forme soggettive, che fossero pazienti, insegnanti, terapeuti, studenti o solo persone. Egli non parlava e non si rivolgeva solo alla sfera dell’Io del soggetto ma parlava, anche e soprattutto al soggetto dell’inconscio e quindi al desiderio inconscio del soggetto. Per inconscio intendiamo qui quella dimensione dell’umano sulla quale la coscienza deve necessariamente poggiare per edificarsi in quanto è proprio attraverso l’inconscio che la coscienza ha la possibilità di radicarsi ed alimentarsi in permanenza scoprendo anche i propri limiti. Per parlare alla coscienza bisogna necessariamente attraversare e passare per l’inconscio. Nel soggetto possono generarsi e rendersi possibili le capacità di riflessione, di consapevolezza, di scelta e di volere perché esse sono sì gli elementi che definiscono e che consentono uno srotolarsi della coscienza stessa, ma esse sono e rappresentano soprattutto gli atti di una coscienza che accade e avviene sempre in un tempo secondo rispetto alla dimensione, al funzionamento, all’accadere e all’atto dell’inconscio. E’ grazie all’inconscio che la coscienza ha la possibilità di potersi generare, costituire, edificare ed amplificare. Potremmo dire che il vero progresso evolutivo della coscienza può avvenire solo se c’è, sullo sfondo ed alla base, un più grande lavoro dell’inconscio, ed è proprio su questo principio di carattere antropogenetico che va compreso il lavoro di direzione e di accesso alla coscienza e quindi di accesso alla persona. E’ l’esistenza del soggetto dell’inconscio che consente e permette alla coscienza d’incontrare la verità del proprio desiderio, è nelle maglie e nelle logiche di un inconscio, sempre pulsante e attivo, che risiede il nostro desiderio più particolare, quello più bizzarro, quello più imprevedibile, quello più singolare e in divenire. L’inconscio non va considerato, come già Freud aveva avuto modo di sottolineare, come un qualcosa che è in contrapposizione ed in antitesi alla ragione, al volere, alla razionalità, in quanto l’inconscio va inteso, esso stesso, come una ragione. L’inconscio non è una sacca, un contenitore arcaico di rifiuti, una sorta di cloaca psicotica, la dimensione pre-linguistica del soggetto, ma ha invece le caratteristiche di una ragione dotta e sapiente, dotata di cultura e provvista di un suo ricco, articolato e specifico linguaggio. Pensiamo, ad esempio, alle catene labirintiche, alle innumerevoli trame stratificate, alla creatività linguistica ed alle innumerevoli catene di significanti che risiedono nei sogni, nei lapsus, negli atti mancati, ecc. L’invito di Freud e della psicoanalisi, e quindi la sua grande intuizione e scoperta, è stato quello di non continuare a mettere in contrapposizione la coscienza con l’incoscienza, il razionale con l’irrazionale ma bensì quello di pensarli come un tutt’uno, come un insieme cioè di pensare il soggetto come una unità ed un insieme fatto di conscio e inconscio. Non c’è un primato della ragione sull’incoscienza ma il rischio è che se la ragione vuole prevalere ed escludere, esercitando un volere votato alla sua sola padronanza, la spinta e la struttura linguistica, pulsante e in divenire dell’inconscio, difatti tenderà ad escludere anche i misteri che sono legati alla sua genesi, alla sua origine. E’ interrogando il soggetto dell’inconscio che si rendono possibili nuove conoscenze per il soggetto, è dal sapere del soggetto dell’inconscio che la coscienza può trarre elementi di un sapere per una sua amplificazione. Pensiamo al solo fatto che per lunga parte della nostra vita, come nel tempo della vita infantile in cui viviamo completamente immersi in una dimensione inconscia e in un bagno di linguaggio, dobbiamo pensare a quanto l’esperienza di vita che avremo fatto in quel tempo, e quindi anche il sapere inconscio che si sarà strutturato in noi, caratterizzerà, indirizzerà e formerà la nostra stessa struttura soggettiva, definendone i confini della personalità, dell’identità nonché del nostro Sé. Nella pratica clinica, ma questo è osservabile anche nei processi educativi, riscontriamo con evidenza come la coscienza si adoperi per allontanare, respingere, rifiutare il sapere inconscio in quanto esso può risultare insopportabile ed insostenibile per la coscienza stessa, perché troppo scabroso, troppo orrendo, vergognoso o minaccioso e quindi indicibile. Ne sono un’evidenza l’azione difensiva della rimozione e la molteplicità dei sintomi, ripetizioni ed automatismi tendenti a mantenere una condizione omeostatica che il soggetto tende a mettere in atto nei processi di cura e di apprendimento. Ed è per questo che la nostra esperienza, per essere un supporto evolutivo per la coscienza, deve condurci necessariamente ad un incontro con la verità del nostro desiderio inconscio (il che non è sempre un’esperienza piacevole) il quale potrà così permetterci di ripensare e rivedere, con più aderenza alla realtà, l’immagine che abbiamo di noi stessi e di come questa si presenta e si mostra nella vita relazionale e nel sociale. Quindi anche se in apparenza ed in più modi Menghi, nel suo insegnamento, spesso si rivolge all’Io e alla coscienza “… la coscienza fu la chiave, la coscienza la porta che s’aprì, la coscienza il palazzo che abitasti…” (La coscienza è tutto – Il filo del Sé)[1], in realtà credo che egli si rivolga, contemporaneamente come vedremo più avanti, anche al desiderio inconscio del soggetto quando domanda o utilizza la parola desiderio inteso come forza inesauribile, come forma di una energia permanente, come un fondamento psico-biologico, come elemento di potenza ontologica del soggetto, essendo il desiderio l’elemento che rappresenta un’energia che spinge, una forza che orienta il soggetto e che la coscienza ha il compito di cogliere, raccogliere, organizzare, direzionare e a cui dare un senso, perché senza quel senso la vita umana non ha modo né di organizzarsi, né di costituirsi, né di umanizzarsi. E’ nell’inconscio la base su cui possono poggiare le fondamenta che permettono alla coscienza di edificarsi e ampliarsi e alla quale spetta, attraverso la potenza simbolica della parola, il compito di codificare, organizzare e quindi umanizzare la vita umana. Si può dire che tutto ciò non fosse esattamente in linea con le visioni sistemico-relazionali del tempo. Menghi si rivolgeva così, a mio parere, all’uomo inteso non come sola entità sistemico-relazionale. Egli parlava e si rivolgeva al cuore, alla radice, alla struttura del soggetto, lo interrogava, lo chiamava ad esporsi rispetto alla sua più singolare e particolare intimità ed interrogava, senza mezzi termini, la sua parte più scabrosa, quella che il soggetto aveva difficoltà a dire perfino a se stesso e lo faceva con velocità ed immediatezza, sconvolgendo anche alcuni standard del setting. Egli metteva in moto la spregiudicatezza del desiderio e della giovinezza anche in chi era già avanti negli anni, con una vita, di fatto, già strutturata, favorendo, in quelle vite, la costruzione di un nuovo ordine e generando, nel contempo, disordine in quelle vite che dipendevano e obbedivano al solo bisogno di un’autoconferma del proprio Io. Il suo modo, il suo stile, scompaginava gli standard del “mondo e del modo accademico psicoterapeutico sistemico-relazionale del tempo” di cui aveva fatto parte ma anche alcuni standard del modo di trasmettere e creare sapere. Perché il sapere a cui egli si riferiva e che induceva a costruire, si generava dal contatto di un corpo a corpo con la sua parola, era un sapere che non si costituiva nelle sole maglie delle abilità di un “saper fare terapeutico” ma si completava con il saper essere del soggetto, perché se si genera una possibilità ed una innovativa progettualità per il soggetto, che sia un paziente o meno, questa può avvenire solo tenendo conto dell’insieme dell’essere del soggetto e cioè del desiderio del soggetto dell’inconscio e del volere della coscienza. Rispetto a questa unità dice Menghi: “Il desiderio è energia vitale in azione nella psiche (…) esso nasce dalla mancanza (…)”. E ancora “(…) il desiderio e il volere non sono due cose opposte: il secondo è il prodotto del primo. Quando il desiderio dà energia alla volontà di perseguirlo e quando la continuità di questa unione ha reso trasparente sia la volontà che il desiderio, si accende un fuoco nel cuore.” [2] Una relazione di cura o che possa dirsi orientata all’aiuto e all’apprendimento non può definirsi tale se il terapeuta o l’insegnante non pone al centro della sua vita l’unione imprescindibile e coerente di questo saper fare (della tecnica) con il saper essere dell’essere. Menghi si rivolgeva ed entrava, in questo modo, nel cuore del soggetto, nel corpo, all’intero soggetto e non solo alle funzioni mentali o alle sole abilità psicoterapeutiche. Le capacità di apprendimento, di analisi e di cura possono realizzarsi in una corretta direzione solo se le forze dell’inconscio e del volere della coscienza si fondono nell’unicità del fare e dell’essere del soggetto, e quindi grazie all’insediamento nel centro della persona-terapeuta-insegnante di un nuovo modo di fare ed amare il sapere per se stessi, un nuovo modo di curare, conoscere, incontrare e provocare evoluzione in se stessi e nell’altro. Così facendo, si percepiva come effetto il generarsi di un accorciamento della cosiddetta “distanza di sicurezza” che in maniera standardizzata avrebbe dovuto intercorrere tra terapeuta e paziente, tra insegnante e allievo. Menghi, con il suo modo singolare ed il suo stile, accorciava le distanze e velocizzava il tempo rivolgendosi così non solo al ruolo (paziente, studente, insegnante ecc.) in cui una persona si definiva in una relazione con lui, ma si rivolgeva e parlava direttamente (al di là dei ruoli) al cuore, al soggetto dell’inconscio e al volere della coscienza. Si rivolgeva all’interezza, all’insieme dell’essere, consapevole della divisione strutturale, conscio-inconscio, che costituisce e struttura il soggetto umano. Questo modo d’intendere le cose generò fermento e interesse ma anche resistenze in molti allievi e studenti di allora, in formazione e non. Questo mettere in moto il soggetto gli permetteva di lavorare sull’annullamento dei pregiudizi e delle pre-concettualizzazioni e gli consentiva soprattutto di lavorare in maniera innovativa con la persona e con i processi evolutivi senza dover aderire rigidamente ed asetticamente ad alcuni standard del setting. La passione erotica che sosteneva e che era alla base dell’insegnamento di Menghi rappresentava l’ingrediente e la prerogativa necessaria per intraprendere, per la persona, non solo un percorso di cura e di formazione ma anche un cammino più ampio di ricerca e di apprendimento che non fosse interpretabile come il solo bisogno di cura di un disagio o di ricerca di un non ben precisato e generico stato di benessere. Mettere in movimento il soggetto non significa solo curare ma significa anche e contemporaneamente metterlo in cammino, significa metterlo di fronte all’enigma del suo desiderio più inconfessabile, alla complessità ed alla condizione di traumaticità rappresentata dall’esistenza. Da qui il senso di una ricerca, ma anche di un’Etica, che può essere sostenuta solo da un vero e reale piacere per un sapere euristico, e che vale per tutti, cioè di quel sapere fatto non solo di un sapere di sé ma anche di un voler sapere su di sé, il che significa avvicinarsi ad un sapere che implica l’entrare in contatto, accompagnati anche dall’inquietudine, dalla paura e dall’imprevedibilità, con l’enigmaticità del proprio esistere, dove l’acquisizione di più coscienza può spiegare in parte ma non tutto e che significa introdurre nel soggetto più un dubbio che una certezza, dove la ricerca di consapevolezza diventa la forma di una ricerca permanente soggetta a continue verifiche e speculare alle logiche, alle architetture ed alle incognite dell’inconscio. Perciò occuparsi dell’inciampo, della sofferenza di un sintomo, di una difficoltà o di una mancanza diventa soprattutto un’opportunità, per il soggetto, non tanto e non solo per guarire da qualcosa ma diventa un’opportunità per voler conoscere se stessi e quindi per mettersi in cammino. Dunque, soggetti ma soprattutto corpi mossi dal piacere (da Eros) di conoscere. Da qui anche la fondamentale cura, attenzione e l’insistenza di Menghi sulle pratiche esperienziali corporee e di meditazione in quanto il corpo deve connettersi e misurarsi, attraverso l’esperienza stessa del corpo, con il piacere. Il trasporto che si generava nella relazione con Menghi era connotato da una dimensione inusuale, dal carattere destabilizzante ma nel contempo anche equilibrante, che contribuiva a generare una messa in discussione di un certo ordine precostituito del modo di trasmettere, di generare sapere e del sapere su di sé. Era un trasporto che portava in un altrove, dove il voler sapere su di sé era la condizione essenziale per la costruzione di conoscenza. L’oggetto del sapere diventava ed aveva le caratteristiche di un oggetto erotico, l’oggetto doveva divenire intriso di piacere, doveva trasformarsi, attraverso l’esperienza, in un nuovo amore per l’oggetto del sapere. Doveva generarsi, in sostanza, un nuovo amore per se stessi e per l’incontro con l’Altro. Bisognava imparare e saper incarnare, con la propria testimonianza, il desiderio ed il volere di conoscenza e quindi, di conseguenza, muoversi in direzione di un saper rendere erotico questo volere, che è alla base di ogni ricerca di un reale e vero sapere.

 ABITARE LA PIENEZZA DEL VUOTO

 Nulla di nuovo può avvenire finché siete voi a produrlo con la vostra mente. Poiché solo il vuoto permette il pieno, l’uomo capace di accettare il vuoto sarà coperto di doni“. P. Menghi, Il filo del Sé[1]. Lo Stile di Menghi nella trasmissione del sapere, non aveva come scopo quello di riempire la bocca e di riempire le teste, non era la trasmissione di un sapere inteso come accumulo ma era invece una trasmissione che mirava a generare un effetto di svuotamento, era atto, era azione di svuotamento del soggetto, era uno scavare, era l’aprire un vuoto, era l’aprire un buco nelle teste,  perché è solo dal vuoto e da una mancanza che può attivarsi un desiderio e quindi una volontà di conoscenza e di ricerca sul proprio desiderio, come ci ha detto in più modi J. Lacan. Il filosofo J. Deleuze ci fa notare come il vuoto e la mancanza siano e rappresentino per il soggetto, in realtà, un pieno, un pieno di potenza. A tal proposito è J. Lacan a definire come l’azione principe dell’uomo sia quella di introdurre nella vita umana proprio un vuoto, come quando si plasma e si costruisce un vaso, attività riconosciuta, in generale, come una delle attività primordiali dell’industria umana. L’azione che intraprende un vasaio nella costruzione di un vaso è quella di scavare un vuoto (la funzione del vaso) nel pieno della materia (nell’argilla in quanto materia del vaso). Questo atto produce una luce (la forma del vaso), un punto di luce che ha l’effetto di illuminare la materia informe. Svuotando il pieno della materia, il vaso, da materia informe, può diventare, attraverso l’incisione e l’atto creativo del vasaio, materia messa in una forma, vale a dire che il vaso diventa il vuoto del pieno della materia: è il vuoto che introduce e fa luce nella materia. Credo che Menghi, come un bravo vasaio, si preoccupasse soprattutto di questo: di scavare un vuoto nella materia dell’essere del soggetto per introdurre e produrre una luce. Credo che egli interrogasse e richiamasse la persona a sviluppare un’attitudine, ad avere più attenzione per il proprio processo evolutivo e di soggettivazione in quanto è proprio nel processo di soggettivazione (un processo in cui l’individuo, attraverso gli incontri, i suoi atti e l’esperienza, risoggettiva continuamente la sua vita) che il soggetto può ancora rinnovare e iscrivere un suo Segno ed un proprio Stile. Ritengo che l’invito di Menghi fosse quello di lavorare per costruire una consapevolezza, una consistenza ed una conoscenza tali da poter reggere e sostenere l’angoscia, l’inquietudine, l’insicurezza, l’incertezza e l’enigmaticità che l’esistenza umana porta in sé. Il far sì che il soggetto possa prendere coscienza dell’esser connotato, strutturalmente, da una mancanza ad essere, che l’essere umano è costituito da una strutturale mancanza, è costituito da un vuoto che non può essere riempito in nessun modo. Prendere atto di questo è un atto fondamentale che la coscienza deve poter fare per poter progredire. Un nuovo sapere può essere cercato proprio e solo sentendosi e sapendosi degli esseri erranti gettati nel mondo e connotati da una strutturale mancanza. L’insegnamento e le pratiche d’insegnamento di Menghi non sono dirette proprio verso questo? Verso un sapere che può generarsi e nascere solo dal sapere di essere soggetti erranti e costituiti da una strutturale mancanza? Menghi non interroga, continuamente, ciò di cui il soggetto manca quando domanda: “Che vita vuoi? Cosa preferisci?”. Riecheggia in me ancora l’eco di quelle domande. E la pratica della meditazione non è il modo per mantenere il contatto con la “potenza di quel vuoto” come ci indica J. Deleuze? Significative sono, a tal proposito, le parole contenute nello scritto Il Vuoto è la tua Casa dove è proprio nel poter abitare quel vuoto che per il soggetto nasce anche una sua possibilità. “(…) E in quell’attimo vuoto pieno di morte e di vita hai saputo, e dentro quell’attimo vuoto pieno di morte e di vita hai preso rifugio per sempre.” – Il filo del Sé. [1] E’ il tener conto, con rigorosità di pensiero, che il nostro essere (come ci hanno insegnato e fatto vedere grandi pensatori dell’umano come Platone, Hegel, Nietzsche, Heidegger, Freud, Sartre, Lacan, Kojève ed altri) è costituito da una strutturale e ricorrente mancanza ad essere senza supporto, con la quale dobbiamo fare i conti in ogni attimo della nostra esistenza e che nessun oggetto ha il potere di compensare o riempire. Non è, invero, quello su cui si regge proprio il discorso del sistema capitalistico con l’invenzione “di una induzione continua ad un bisogno di soddisfazione attraverso l’oggetto” quale possibile, illusoria soluzione, per riparare a quella strutturale mancanza di cui il soggetto è costituito e di cui soffre? Questo non ci è forse già stato detto, in più modi, anche da Marx, Pasolini e Lacan, quando trattano del discorso del capitalista che genera il suo esistere, la sua potenza, la sua ricchezza proprio sfruttando il bisogno di un soggetto che è fragile di fronte al vuoto e alla mancanza? Un discorso, quello del capitalista, che si occupa, fondamentalmente, di produrre e sfornare continuamente idoli, miti, modelli, valori, comportamenti, oggetti e gadget sempre più desiderabili e sempre più consumabili, generando falsi bisogni che illudono il soggetto, attraverso il consumo ed il possesso dell’oggetto, di poter far fronte all’angoscia che crea proprio quella condizione di mancanza di cui egli soffre. Menghi ci ricorda, a proposito della meditazione, come questo strumento sia una opportunità per entrare in contatto con questa mancanza senza eluderla e sembra invitarci, attraverso la pratica della meditazione, ad imparare a non fuggire di fronte al vuoto ma, anzi, addirittura a cercarlo, a crearlo. Ci invita a combattere, ci invita al contatto con quel vuoto partendo proprio da quel metro quadro in cui collochiamo il nostro corpo nell’attività meditativa. Egli dice: “Meditare significa entrare nella coscienza priva di oggetto…” (Quaderni di Yoga Evolutivo, n.1 Associazione Mandala 1991). Dice proprio “priva di oggetto”, aprendo una domanda, non da poco, sul rapporto con la mancanza e con il vuoto attraverso l’attività meditativa. Quello di Menghi è stato ed è un insegnamento orientato più a svestire ed a spogliare che a vestire. E’ un insegnamento orientato ad incidere nella materia dell’essere per svuotare e per introdurre luce nella vita del soggetto, con il fine di metterlo di fronte alle sue tante maschere ed ombre e alle tante identificazioni immaginarie imparando però anche ad usarle sapientemente lungo il processo evolutivo. Il fine è favorire un contatto con il vuoto perché è solo da quel vuoto che può germogliare e accendersi un pieno (una potenza) di desiderio. Non è in fondo anche questo lo scopo e l’obiettivo di una Psicoanalisi, cioè quello di far sì che il soggetto possa prendere più coscienza delle sue tante identificazioni immaginare e delle sue coazioni ripetitive eper muoversi verso l’incontro con il proprio desiderio inconscio? Quello che deve connotare un terapeuta, un analista, un insegnante non è proprio il farsi garante e il saper preservare quel vuoto (come ci dicono Freud, Lacan e anche Menghi) che è insito nel soggetto ma anche nella conoscenza? La conoscenza è quello che si sa ma è anche e soprattutto quello che non si sa ancora ed è questa mancanza di sapere, questo buco che c’è nella conoscenza a spingere e muovere il soggetto e che può permettere di attivare e mettere in moto il desiderio. Ma questo muove anche un analista, un terapeuta e un insegnante, i quali devono poter e saper preservare, nel soggetto ma anche dentro di loro, quello spazio e quel vuoto di non-sapere senza affrettarsi a riempirlo con i loro discorsi, con le loro interpretazioni, con le loro proiezioni, con le loro tecniche e le loro identificazioni nel ruolo, perché è nel dove e nel luogo di ciò che manca (che è anche il luogo di un tempo secondo in divenire) che il soggetto può continuare a conoscersi e a progettarsi. Menghi era inafferrabile perché era sempre in un avanti, era in un divenire, era in un atto imprevedibile, era nel tentativo, era nel posto che sapeva lasciare vuoto, era nel suo desiderio e quindi sempre in un continuo atto di creazione. Non è il pieno che spinge a creare ma è la sete, è la fame, è la mancanza, è il vuoto, è il desiderio, sembra dirci in più modi. E’ da quel buco strutturale (che la tendenza onnipotente di un certo sapere delle cosiddette neuroscienze ed un certo tipo di psicologie cognitiviste-comportamentaliste tenta di tappare, eludendo in tutti i modi la sanità di quel buco) che può germogliare la ricerca per una nuova conoscenza e quindi per un nuovo sapere. Un paziente, uno studente, un insegnante, un terapeuta, un analista non devono condividere e coltivare, in permanenza, proprio questa sete e questa fame di sapere? Non è proprio questa mancanza che permette sempre un nuovo atto di creazione e il procedere evolutivo del soggetto? Questo modo sconvolgeva gli standard e i “modi” del setting perché il modo di lavorare di Menghi si caratterizzava nelle forme di una estrema e disciplinata attenzione e cura dell’incontro inteso e agito nell’ampiezza di più forme d’incontro, e non solo in quelle dalle caratteristiche terapeutiche. Ma soprattutto egli si poneva in maniera Socratica nella relazione con l’Altro, proponendosi come chi si mostra vuoto, come chi ignora e non sa, piuttosto che come colui il quale si mostra pieno e colmo di sapere. Un modo che evidenzia una posizione di sospensione di sé, di silenzio, di fedele apertura e incertezza all’incontro con l’altro e non di sola fedeltà agli standard della tecnica. Menghi è uomo di domanda ma anche di risposta. La matrice etimologica di risposta è responsabilità. La responsabilità di un terapeuta o di un insegnante è anche e soprattutto quella di dover e saper rispondere ad una domanda, ad una invocazione, è sapere di dover andare in soccorso all’altro ma facendolo anche nel silenzio e nel rispetto del vuoto e di una mancanza. Saper rispondere significa entrare con responsabilità in una relazione, significa farlo nel silenzio avendo un’attitudine reale all’ascolto dell’altro. Il senso di questo tipo di presenza, in un vero incontro, ha il nome dell’Amore perché è una presenza che risponde all’invocazione dell’Altro. L’Altro è reso padrone assoluto della sua scena attraverso la sua domanda e la sua parola. Questo modo di rispondere all’altro ha il volto della sospensione di sé, sta nel riuscire a star fermi (che non è il non essere attivi) di fronte alla domanda dell’altro. Significa riuscire a connettere e donare all’Altro, con il proprio silenzio e quindi con il proprio amore, il potere di poter egli stesso ascoltare, accogliere e rispondere al desiderio che lo muove. Per un certo tempo e fino alla sua morte non ho più avuto modo d’incontrare Paolo Menghi e solo dopo anni ho compreso che il suo dono, quello più grande per me, era stato quello di una presenza fatta di assenza, una presenza nella mancanza fatta di silenzio e di vicinanza nella distanza perché quello che c’era d’essenziale da dirsi era già stato detto in un “prima”. Quell’assenza-presenza mi fece incontrare la solitudine e fu il suo ultimo atto d’amore e solo a me era data la possibilità di comprenderlo o meno. Quello che fa un buon padre, come ci dice M.Heidegger, è saper abbandonare, e quindi saper “perdere” il proprio figlio nella libertà e nella solitudine del deserto. Esser Padre è saper far dono di solitudine e di libertà. “Amare è dare ciò che non si ha, amare è donare la propria mancanza”, ci ricorda, con una profondità disarmante, struggente ed ineguagliabile J. Lacan.

OCCUPARSI DEL BENESSERE NON SIGNIFICA DIVENTARE GLI IGIENISTI DELLA SOCIETÀ

Menghi conosceva gli esseri umani e sapeva bene che essi non necessitano solo di riconoscimento, di cibo, di materia, di oggetti e di aria ma che essi hanno anche bisogno di nutrirsi di Senso. E’ il senso che dà un ordine e che organizza il mondo dell’umano. La sua porta era aperta a tutti, e si sa che quando si apre la porta a tutti si può generare un effetto di idealizzazione e di illusione con il rischio, per alcuni, di fargli occupare, illusoriamente, il posto del “Salvatore”, cioè di colui che possiede un potere, illusorio per il soggetto, di carattere riparatorio, vale a dire il detenere un potere ed un sapere risolutivo in grado di riparare il soggetto dal trauma dell’esistenza. Come se fosse possibile o come se qualcuno avesse il potere di estirpare, dalla vita umana, il trauma che porta in sé l’enigma e il grande mistero dell’esistenza, il mistero della vita, del sesso e della morte. Per questo motivo Menghi spesso rischiava di occupare, per l’altro, il luogo dell’Ideale. E quindi il rischio che poteva generarsi era quello di cadere in una posizione regressiva e di stallo che, in soggetti particolarmente e fortemente incastrati nella loro nevrosi, poteva tradursi nella perdita di una quota di singolarità. A Menghi questo rischio nevrotico dell’individuo era molto chiaro ed è per questo motivo, a mio avviso, che egli non si occupava di dare una risposta ascrivibile ad un’idea di un generico bene o di un generico ben-essere dello studente, dell’insegnante, del terapeuta, dell’allievo o del paziente (un bene inteso come negli standard, un’idea generalizzata del bene che spesso scade nelle retoriche di un ben-essere e che può andare e deve andar bene per tutti, soprattutto per gli standard e i dispositivi della Biopolitica). Ritengo invece che egli si occupasse piuttosto di dare una risposta rispetto al significato di fare il bene, un’idea di bene che può essere declinato più con la dicitura di buona vita, di un buon vivere, di una ricerca della verità di sé. Il che vuol dire mettere la persona, una per una, di fronte al proprio potere, alle proprie capacità di poter costruire quelle possibilità di sapere e di conoscenza per poter esercitare un proprio e specifico volere. Vuol dire mettere il soggetto di fronte alla propria responsabilità di occuparsi e di costruire il proprio bene, dopo aver compreso e chiarito cosa si vuole e si desidera realmente come proprio bene. Fare veramente il bene significa poter mettere la persona di fronte alla propria verità e quindi di fronte alla responsabilità di un’assunzione del proprio desiderio. Significa connettere la persona alla propria vocazione. E’ proprio con il termine vocazione che J. Lacan tradurrà, successivamente, il termine Wunsch, utilizzato per primo da Freud che con esso denominava il desiderio inconscio del soggetto. La mia idea è che Menghi si adoperasse per far sì che la persona potesse raggiungere e assumere una posizione nella propria vita di cosciente responsabilità verso la verità del proprio desiderio, verso la possibilità di poter vivere consapevolmente e all’insegna della propria vocazione. Quindi l’idea di un bene inteso non come l’applicazione di un’idea, di un valore, di una norma già costituita, ma soprattutto il far sì che l’altro possa cercare, soggettivare e singolarizzare il proprio bene orientando coerentemente i comportamenti e singolarizzando i propri modi. E’ in questo senso che Menghi può essere visto e inteso come un uomo guidato dal vuoto, scevro da pregiudizi e preconcettualizzazioni rispetto a cosa è e significa fare il bene dell’Altro. Vuol dire anche che Menghi non era lì per pesare, per misurare, per giudicare, ovvero non era lì per dire cosa era meglio o sarebbe stato meglio per la persona che aveva di fronte, per rassicurare o assicurare un predefinito concetto di benessere, anche se la sua vita, il suo stile, sono stati una testimonianza, un esempio e un riferimento per molti, ed anche per me, di piena vita vissuta alla ricerca di un certo bene e di una certa idea di benessere. Ritengo che il valore, il bene più grande che egli esprimeva era quello di adoperarsi per far ripartire, per rimettere in moto il soggetto rispetto al proprio desiderio affinché la persona potesse ricominciare, per consentire ad una vita di riavviarsi perché fissata negli anfratti degli automatismi e in un monos vacuo di ripetizione. Era lì affinché la persona potesse scoprire un nuovo ed un altro modo di vivere il piacere e per far sì che potesse sganciarsi dalle maglie e dalle catene di un godimento dissipativo della vita e di spreco dell’esistenza. Menghi era mosso da un vero amore per l’Altro. Il suo insegnamento fosse orientato a far sperimentare un nuovo incontro, un nuovo amore e un nuovo bene per se stessi. Un nuovo bene che può essere trovato solo nel segno di una libertà che si costituisce nel rispetto del limite e in una scelta libera e orientata alla ricerca di una conoscenza e di una consapevolezza che possono essere realizzate solo all’insegna di una congiunzione tra Desiderio e Legge. Questo significa mettere in moto un desiderio nuovo per la vita e per la propria vita. Menghi si poneva, nella relazione, come causativo dell’evoluzione, nella posizione di chi si mostra soprattutto, egli stesso e in prima persona, come uomo curioso, un desiderante del cammino, un desiderante del sapere e degli effetti conoscitivi che provoca l’esperienza umana, come un innamorato del sapere, come colui che si fa vuoto (come si fa vuoto Socrate, nel Simposio di Platone, nei confronti della richiesta di Agatone) e non colmo. Desidero sapere, mi faccio vuoto per sapere e non sono solo il detentore di un sapere. Posso quindi farti vedere come la mia posizione sia la forma e quindi l’opera (qui intesa come opera d’arte) di un uomo che testimonia, di un uomo che incarna soprattutto la testimonianza di un desiderante del sapere. L’insegnamento di Menghi affonda le radici lontano nel tempo, un tempo antico ma sempre contemporaneo e quindi proiettato nel futuro. La simbolizzazione di una ricerca del sapere che è volta a mostrare più un non avere che un avere, più una povertà che una ricchezza, più un dare ciò che non si ha piuttosto che ciò che si ha e che consegna all’uomo il dono di una domanda più che di una risposta. Menghi è stato per me un maestro. Mi sono avvicinato, e continuo a farlo, al suo insegnamento con rispetto, delicatezza e attenzione, ma è stato per me soprattutto l’esempio di una vita e di un uomo che ha saputo dare testimonianza del suo desiderio, di un devoto, libero e impegnato nella ricerca volta ad un sapere che ancora non c’è, ad un sapere ancora da scrivere perché è un sapere che è sempre in un avanti e che però necessita di liberare il desiderio che spinge da dietro, perché il bene è soprattutto il riuscire a saper custodire quel vuoto di sapere facendosi continuamente vuoti, così da potersi orientare verso la bellezza di quello che ancora non c’è e che deve ancora avvenire, al servizio di un uomo che può scrivere e progettare la sua vita in un ancora e nella continuità di un avvenire. Nel sapere c’è un buco, nel soggetto una mancanza e il desiderio è la potenza. Ciò fonda l’essere e la possibilità di una vita in quanto l’essere è soprattutto progetto di apertura e di costruzione di nuove possibilità. Paolo Menghi si è adoperato ed è stato al servizio dell’evoluzione della persona nel senso è nel modo più alto del termine, sostenendola verso la ricerca e verso la costruzione di nuove forme e nuovi volti di un sapere sempre in attesa di essere colto, di un sapere in attesa di essere ancora conosciuto e scritto. Il mio primo incontro con Paolo Menghi avvenne nel novembre del 1984 a Vietri sul Mare, in occasione del Convegno sulla “Formazione Relazionale” che celebrava anche i dieci anni di attività dell’ITF di Roma di cui egli era socio fondatore. Paolo Menghi chiudeva il suo intervento ai terapeuti in formazione con questa poesiola (così da lui definita):

 

Trenta raggi si incontrano in un mozzo

in quel che è il suo vuoto sta l’uso del carro;

Si tratta l’argilla e se ne forgia il vaso

in quel che è il suo vuoto sta l’uso del vaso;

Si forano porte e finestre per fare una casa

e in quel che è il loro vuoto sta l’uso della casa;

perciò dal sapere e dal fare viene il possesso,

dall’essere viene la possibilità.


Giuseppe Esposito, Psicologo, Psicoterapeuta. Presidente Associazione Anìstemi Connessioni  Centro Studi e Ricerche, Napoli.

[1] P. Menghi, Il filo del Sé, Ed. Mandala, 1994

[2] P. Menghi, Trasformare la mente, Astrolabio, 2009

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